Quali sono le materie obbligatorie della Mediazione Civile

Mediazione preventiva obbligatoria

- Condominio
- Diritti reali
- Divisione
- Successioni ereditarie
- Patti di famiglia
- Locazione
- Comodato
- Affitto di aziende
- Risarcimento del danno derivante da responsabilita’ medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicita’
- Contratti assicurativi, bancari e finanziari

Responsabilità medica: mediazione ed accertamento tecnico preventivo

La mediazione è un procedimento di risoluzione delle controversie alternativo a quello ordinario giudiziario e, nel campo della responsabilità medica, è previsto quale obbligatorio (art. 5, comma 1-bis, d.lgs. 28/2010), risultando condizione di procedibilità in sede processuale: ciò significa che, quand’anche lei intendesse fare causa, sarebbe comunque obbligata a procedere tentando prima la conciliazione.
Un altro possibile strumento disciplinato dall’art. 696 bis c.p.c. che, in prospettiva, è destinato a diventare – nel campo della responsabilità medica – di analoga importanza rispetto alla mediazione.
Recentemente approvato il Ddl 2224 recante “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, che prevede una duplice scelta per l’individuo che si ritenga leso da un trattamento sanitario: da un lato, la mediazione; dall’altro, l’accertamento tecnico preventivo con finalità conciliativa di cui all’art. 696 bis. c.p.c., che prevede la nomina di un consulente tecnico da parte del Tribunale.

I due strumenti sono, l’uno in alternativa all’altro, condizione di procedibilità in tema di responsabilità sanitaria.

Mediazione delegata ammessa se le parti non si conciliano

Se le parti non accettano la proposta transattiva o conciliativa formulata dal Giudice, quest’ultimo, potrà disporre la procedura di mediazione ex officio.

Così ha disposto la Prima Sezione Civile del Tribunale Ordinario di Torino, con l’ordinanza depositata il 7 novembre 2016.

Nel caso che ci occupa, il convenuto opposto aveva chiesto la concessione dell’esecuzione provvisoria del decreto ingiuntivo oggetto di opposizione, ma il Giudice adìto aveva rilevato che, per accogliere tale richiesta, dovesse sussistere il fumus del credito, ovvero una prova “adeguata” dei fatti costitutivi del diritto vantato dall’opposto, secondo i canoni del giudizio ordinario di merito. Tale requisito è presente quando la documentazione della fase sommaria ha valore di prova scritta anche nel giudizio di opposizione, o quando viene integrata da idonea ulteriore documentazione o, infine, quando non vi è stata contestazione dei fatti costitutivi da parte dell’opponente.

Nella vicenda in oggetto, la documentazione prodotta dalla parte opposta nella fase sommaria e nel giudizio di opposizione, non era sufficiente a superare l’eccezione proposta da controparte di inefficacia del decreto ingiuntivo opposto, essendo lo stesso stato notificato oltre il termine di cui all’art. 644 c.p.c., ai sensi del quale: “Il decreto d’ingiunzione diventa inefficace qualora la notificazione non sia eseguita nel, se deve avvenire nel territorio della Repubblica (escluse le province libiche), e di novanta giorni negli altri casi; ma la domanda può essere riproposta”;

Tuttavia, sebbene il decreto ingiuntivo de quo sia inefficace per notificazione tardiva, ciò non intacca la possibilità di qualificare il ricorso per ingiunzione come domanda giudiziale; pertanto, qualora in relazione a tale domanda si costituisca il rapporto processuale, il Giudice adito, secondo le comuni regole del processo di cognizione, ha il potere-dovere anche di pronunciarsi sulla fondatezza della pretesa creditoria sollevata avanzata dal creditore ricorrente.

Per tali ragioni, nella fattispecie in esame, il Giudice ha ritenuto opportuno formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa,  ai sensi dell’art. 185 bis c.p.c. (inserito dal D.L. 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla Legge 9 agosto 2013, n. 98), secondo cui: “II giudice, alla prima udienza, ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione, formula alle parti ove possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto, una proposta transattiva o conciliativa. La proposta di conciliazione non può costituire motivo di ricusazione o astensione del giudice.”. Con la precisazione che, qualora detta proposta non dovesse essere accolta dalle parti, sarebbe stata ordinata la mediazione delegata ex officio iudicis, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, di cui all’art. 5, comma 2, D.lgs. n. 28/2010.

A tal riguardo, si osserva che, tenendo presente la natura della causa, lo stato dell’istruzione ed il comportamento delle parti, il Giudicante può disporre l’attivazione del procedimento di mediazione in qualunque grado del giudizio, anche di appello e fino alla precisazione delle conclusioni o discussione. Il ricorso a tale procedura non è impedito dal fallimento dell’eventuale precedente conciliazione obbligatoria e deve ritenersi potenzialmente applicabile a tutte le controversie relative a diritti disponibili (cfr. Tribunale Milano sez. IX, 14 ottobre 2015; Tribunale Milano ord. 29 ottobre 2013) e pendenti (Tribunale  Brescia 28 novembre 2013); dunque non solo a quelle oggetto di mediazione obbligatoria. (Tribunale Prato 16 gennaio 2012).

Per tali motivi, con l’ordinanza in esame, il Giudice adìto ha formulato  alle parti una proposta transattiva o conciliativa ai sensi dell’art. 185 bisc.p.c., avvisando le stesse che, qualora tale accordo non venisse accettato, avrebbe disposto la mediazione delegata ex officio iudicis, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, prevista dall’art. 5, comma 2, D.lgs. n. 28/2010.

Divisione di immobile: è esperibile la mediazione iussu iudicis?

Quando si controverte su un immobile non agevolmente divisibile, il giudice può invitare le parti ad esperire il procedimento di mediazione (cd. iussu iudicis ovvero ex officio iudicis), nella finalità di sottrarre il bene dalla vendita all’asta e, per l’effetto, dai notevoli costi economici che ricadrebbero sui medesimi contendenti, unitamente alla probabilità che l’asta vada deserta.

La mediazione, nella disciplina in vigore, evita la dichiarazione di improcedibilità della domanda, e il mediatore risulta onerato dal formulare una proposta anche in assenza di una congiunta richiesta delle parti

Fonte http://www.condominioweb.com/divisione-di-immobile-mediazione.13479#ixzz4b907G8vD
www.condominioweb.com

Domanda riconvenzionale alla banca, mediazione obbligatoria

Nell’ambito della causa tra banca e correntista-debitore, se una delle due parti propone una domanda riconvenzionale deve procedere ad avviare la mediazione obbligatoria, a pena di improcedibilità della domanda giudiziale, vertendosi in materia di contratti bancari. Se la questione sollevata dal convenuto (attore in riconvenzionale) investe questioni puramente tecnico/contabili (come nel caso in cui venga richiesta la rideterminazione del saldo del conto corrente per interessi, spese e commissioni illegittimamente applicate), il tribunale può invitare il mediatore designato a nominare eventualmente un professionista iscritto all’Albo dei Ctu del Tribunale, con spese di pagamento del Ctu già poste in via solidale a carico di entrambe le parti. Sempre lo stesso giudice, poi, può formulare lui stesso i quesiti da porre al consulente tecnico.

In previsione di un esito negativo della mediazione, senza cioè il raggiungimento di un accordo amichevole, il tribunale può prescrivere al Mediatore di provvedere comunque alla formulazione di una proposta di conciliazione sulla base della espletata Ctu, anche in assenza di una concorde richiesta di entrambe le parti. Il contenuto della relazione tecnica può essere poi acquisito dal Giudice per il prosieguo del giudizio.

La soluzione di una mediazione accompagnata dalla relazione di un perito viene spesso adottata dai giudici nella convinzione che quando la lite possa essere definita solo con l’acquisizione di dati tecnico-contabili è più facile mettere d’accordo le parti. Ecco perché, in questi ambiti, la mediazione può dare risultati più concreti rispetto a molti altri settori.

Se la causa è intentata dal cliente ed è la banca a proporre la domanda riconvenzionale, si ha un doppio tentativo di mediazione, il primo prima dell’avvio del giudizio (proprio perché è il cliente ad avviare il giudizio, anche in opposizione al decreto ingiuntivo), il secondo con la proposizione della domanda riconvenzionale. Ebbene, secondo l’ordinanza in commento è legittima la duplicazione del tentato di mediazione, specie se al primo la banca non ha partecipato. «Non si può sostenere – si legge nel provvedimento in commento – che lo svolgimento di un secondo procedimento di mediazione dopo l’esito infruttuoso del primo – peraltro per mancata partecipazione della banca chiamata – sia inutile e dispendioso, giacché esso avverrebbe sulla base di una circostanza sopravvenuta costituita dalla domanda di condanna dell’attore a favore del convenuto che potrebbe indurre lo stesso attore a riconsiderare la possibilità di una definizione transattiva della controversia. Del resto non viene neppure pregiudicato il principio di ragionevole durata del processo e di efficienza ed effettività della tutela giurisdizionale tenendo conto dei tempi certamente accorciati di redazione della CTU tecnico contabile in sede di mediazione e di formulazione della proposta da parte del Mediatore a fronte dei tempi di definizione di un giudizio ordinario e ciò a tutto vantaggio della parte, specie convenuta che ha interesse al conseguimento di somme il prima possibile da parte dell’attore».

Che cosa è la cartella esattoriale

“La cartella esattoriale è conosciuta anche come cartella di pagamento, è uno strumento di riscossione tributaria con la quale la Pubblica Amministrazione, attraverso Equitalia, attiva una procedura finalizzata al recupero di crediti, più o meno cospicui, vantati nei confronti del contribuente.”

E’ improcedibile la domanda della parte istante che non partecipa personalmente alla mediazione ordinata dal giudice

 

 

In NOME del POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE di ROMA SEZIONE Sez.XIII°
N. RG 19209-12
REPUBBLICA ITALIANA
Il Giudice dott. cons. Massimo Moriconi
nella causa tra

L.P. (avv.to XX)
attrice

E

M.E. (avv.to YY)
convenuto

ha emesso e pubblicato, ai sensi dell’art. 281 sexies cpc, alla pubblica udienza del 26.5.2016 dando lettura del dispositivo e della presente motivazione, facente parte integrale del verbale di udienza, la seguente

S E N T E N Z A

letti gli atti e le istanze delle parti,
osserva:
La motivazione che segue è stata redatta ai sensi dell’art.16-bis, comma 9-octies (aggiunto dall’art. 19, comma 1, lett. a, n. 2-ter, D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2015, n. 132) decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221 secondo cui gli atti di parte e i provvedimenti del giudice depositati con modalita’ telematiche sono redatti in maniera sintetica.
Poiché già la novella di cui alla l.. 18 giugno 2009, n. 69 era intervenuta sugli artt.132 cpc e 118 att.cpc , prevedendo che la sentenza va motivata con una concisa e succinta esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, occorre attribuire al nuovo intervento un qualche significato sostanziale, che tale non sarebbe se si ritenesse che l’innovazione ultima sia puramente ripetitiva – mero sinonimo- del concetto già precedentemente espresso.
La necessità di smaltimento dei ruoli esorbitanti e le prescrizioni di legge e regolamentari (cfr. Strasburgo 2) circa la necessità di contenere la durata della cause, impongono pertanto applicazione di uno stile motivazionale sintetico che è stile più stringente di previgente alla disposizione dell’art. 19, comma 1, lett. a, n. 2-ter, d.l.83/2015.

-1- Il fatto
La domanda dell’attrice concerne (indirettamente) una lite di natura societaria.
Invero l’attrice era consigliere di amministrazione della srl S. e riteneva di avere, in virtù di espressa delega ricevuta da CDA della società, il diritto ed il potere di emettere assegni bancari sul rapporto di conto corrente n.18289 intrattenuto dalla società presso la Banca di ….
Lamentava che aveva ricevuto gravi danni (in particolare segnalazione alla CRI e licenziamento da parte del suo datore di lavoro, la società P., in conseguenza di tale segnalazione) a seguito del protesto, avvenuto per revoca da parte di M.E. Amministratore Unico della srl S., dell’autorizzazione ad emettere assegni.
La E. contestava la ricostruzione della vicenda, sottolineando che la P. aveva la delega solo per il versamento delle imposte ed era stata già diffidata ad attenersi a tale incombente. In particolare era stata avvertita che il rapporto con la — oggetto dell’assegno era contestato sicché l’emissione dell’assegno per cui è causa era da ritenersi del tutto arbitrario.
Come si vede, si tratta di una lite fra due componenti di una compagine societaria, in ordine alla quale le vere ragioni del contendere, come è evidente a chiunque abbia la volontà di ben vedere e rendersi conto, sono i rapporti personali deteriorati, per il che ben si sarebbe potuto pervenire ad un accordo, ad una pacificazione, mediante l’opera di un mediatore professionale che avesse potuto aiutare le parti a ricostruire il rapporto, modificando una visione evidentemente troppo unilaterale dei rapporti fra le due parti. Come si vedrà, all’ordine del giudice di mediazione demandata le parti non hanno inteso dare seguito, se non in modo apparente.

-2- L’ordinanza di invio in mediazione demandata dal giudice
Con ordinanza del 25.11.2013 il giudice ordinava la mediazione demandata della causa 1
Dal verbale di mediazione depositato in atti risulta che all’incontro del 10.1.2014 partecipavano le parti personalmente assistite dai rispettivi difensori, e che il mediatore informava le parti circa la natura del procedimento di mediazione nonché dei benefici fiscali.

Nel verbale veniva altresì dato atto che:

  • il mediatore aveva richiesto alle parti ed ai loro avvocati di esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e che
  • le parti, dopo ampia discussione, manifestavano al mediatore la volontà di non dare inizio alla procedura di mediazione

Il mediatore dichiarava concluso il procedimento con esito negativo.

Ritiene il giudice che non sia stata data rituale e piena esecuzione all’ordinanza che precede e che le parti NON abbiano esperito la mediazione, ma soltanto un simulacro, una fase introduttiva e non altro della stessa, con quanto ne consegue.

Va ricordato che a mente dell’art.8 co. I° del decr.lgsl.28/2010 al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l’assistenza dell’avvocato. Durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione. Il mediatore, sempre nello stesso primo incontro, invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento.
D’altro canto l’art. 2 bis del’art. 5 della legge prevede che quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo.
Un’interpretazione delle norme che conduca a ritenere che esista un diritto potestativo della parte di non dare corso al provvedimento del giudice che ordina la mediazione demandata ai sensi dell’art. 5 co. II° della legge, è erronea e non può in alcun modo essere accettata.
Va considerato che il non chiaro testo normativo necessita di un’interpretazione adeguatrice che lo salvi da una giusta censura di incostituzionalità per irragionevolezza, come nel caso che si accogliesse la tesi che le parti siano libere di non dare corso alla mediazione (che tale non può essere definito il mero incontro informativo), raggiungendo lo stesso vantaggioso risultato (inveramento della condizione di procedibilità) che la legge assicura a chi la mediazione ha effettivamente e sostanzialmente esperito.
Identificare la “mediazione” con l’incontro informativo è un errore grossolano.
E’ la stessa legge infatti che definisce la mediazione come altro (2)

Predicare che assolto all’incontro informativo, non volenti le parti entrare in mediazione, si debba considerare questa – contro la realtà – egualmente svolta, è un’assurdità logica e giuridica.
Nell’incontro informativo, massime nella mediazione demandata, il mediatore svolge una funzione irrilevante, posto che essendo già in corso la causa, le parti sono già state debitamente ed esaurientemente informate, per preciso obbligo di legge, dagli avvocati (e occorrendo dal giudice) (3)
La giurisprudenza che si è occupata di tale problema è graniticamente unanime nell’affermare che solo la presenza di obiettive circostanze procedurali (et similia) integra l’impossibilità di procedere alla mediazione, fermandosi all’incontro informativo, nessun’altra accezione della parola “possibilità” essendo ammissibile. , che accompagnano e assistono obbligatoriamente le parti all’incontro, di tutto ciò che devono sapere sulla mediazione, al quale nulla può aggiungere il mediatore.
In particolare tale giurisprudenza, inaugurata dal Tribunale di Firenze (4) ha trovato, nella sua assoluta razionalità e perfetta logica giuridica, giusto consenso e condivisione, tanto da potersi affermare che essa costituisce il diritto vivente del diritto nazionale sul punto.

-3- La natura dell’incontro di mediazione di cui all’art 8 co. quinto della legge (5)

Un’interpretazione che si fermasse al dato meramente letterale delle norme (in particolare del comma 2 bis) potrebbe indurre in equivoco opinando che ove le parti, o una di esse, neghino, a domanda del mediatore, che sussista la possibilità di iniziare la procedura di mediazione, il procedimento di mediazione sia correttamente concluso e la condizione di procedibilità della domanda giudiziale realizzata.
L’erroneità di tale opzione interpretativa è agevolmente dimostrabile. dell’art.5 della legge ) potrebbe indurre in equivoco opinando che ove le parti, o una di esse, neghino, a domanda del mediatore, che sussista la possibilità di iniziare la procedura di mediazione, il procedimento di mediazione sia correttamente concluso e la condizione di procedibilità della domanda giudiziale realizzata.
Ed invero, che il procedimento di mediazione sia concluso non volendo le parti esperirlo è esatto; che tale condotta delle parti sia corretta e la condizione di procedibilità realizzata, sicuramente non lo è.
Sarebbe a dire, assecondando l’aporia, che da una parte la legge prescrive che per introdurre (o proseguire) la causa occorre che venga esperito il procedimento di mediazione (che consiste nelle attività ben descritte nella lettera a. dell’art.1 della legge, nonché negli artt. 8 commi 2-4 ed nell’art.11 della legge) e dall’altra che anche se le parti (ed in particolare il proponente la domanda di mediazione) dichiarano di non voler effettuare la mediazione (che conseguentemente e nella realtà non si è svolta) ..la mediazione si considera svolta e la procedibilità attinta…
Un perfetto ossimoro.
Aderendo a tale accezione e tenendo bene a mente il significato della parola “mediazione” (cfr. nota 1) si dovrebbe ammettere che le parti abbiano il diritto potestativo di decidere di non svolgere la mediazione (finanche quando il giudice lo abbia ordinato !), ottenendo però il medesimo vantaggioso risultato (procedibilità, assenza di sanzioni per la mancata partecipazione) che se la mediazione fosse stata esperita davvero.
Conclusione questa del tutto azzardata ed irrazionale, perché significa predicare come avvenuta una cosa quando indiscutibilmente essa non lo è.
E non solo.

Immaginare che le parti in mediazione demandata (qual’è quella che ci occupa) possano ricevere le informazioni che il mediatore gli somministra nel corso del “primo incontro” (il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione) come un quid novi che dischiuda loro, solo in quel momento, le prospettive della mediazione e del suo significato, è cosa aberrante e confliggente, specialmente nella demandata, con la realtà, posto che le parti sono state già preventivamente informate di che trattasi. Una prima volta al momento del conferimento del mandato all’avvocato (cfr. art. 4 della legge, norma particolarmente puntigliosa al riguardo; che contiene anche una clausola di salvaguardia contro l’informativa mancata, con l’intervento suppletivo del giudice) ed una seconda, all’atto della doverosa informativa dell’avvocato al cliente del contenuto dell’ordinanza di mediazione demandata con il connesso dialogo che precede la presentazione della parte e dell’avvocato all’incontro.
il primo all’incontro di mediazione, dovendogli necessariamente spiegare a che pro.
Ed ancora.
Il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione.
A fronte di tale impegno del magistrato, che presuppone lo studio degli atti, la valutazione di opportunità, e l’individuazione del momento migliore per la mediazione, e che si sostanzia infine nella redazione di un provvedimento che può anche contenere – come l’esperienza sempre più spesso attesta- utili spunti ed indicazioni per la discussione ed il confronto fra le parti con il mediatore, il non pòssumus delle parti (o di una di esse) si qualifica come ingiustificata e pregiudiziale renitenza ad un ordine legittimamente dato dal giudice ed espressione di un volontario quanto ingiustificabile rifiuto a priori di sperimentare realmente con lealtà e senza riserve mentali un percorso conciliativo.

-4- L’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme di cui agli artt. artt.8 co.I° e 2 bis dell’art. 5 del decr.lgsl.28/2010
Quale che sia stato l’intento (non dei più chiari e lineari) del legislatore, è necessario apprestare per le norme in commento un’interpretazione in linea con la Carta Costituzionale.
Va premesso che per molto tempo nel nostro Paese, il giudizio di costituzionalità delle leggi è stato considerato, sotto ogni aspetto, monopolio e riserva della Corte Costituzionale. Ciò in virtù della originaria (e tuttora immutata) scelta del legislatore Costituente che ha privilegiato la formula del controllo di costituzionalità accentrato su un solo soggetto, creato ad hoc, la Corte Costituzionale.
Le ragioni sono state molteplici e non è questa la sede per esporle.
Ciò che conta è che nel corso degli anni, il timore che i giudici ordinari non fossero sufficientemente sensibili al controllo di costituzionalità delle leggi (questa storicamente è stata una delle ragioni) è svanito superato dalla prova dei fatti, che hanno dimostrato il contrario.
Ed è proprio in dipendenza della grande attenzione ed interesse della magistratura alla conformità alla Costituzione delle norme di legge, attraverso la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale in presenza di norme di dubbia costituzionalità, che si è da tempo avviato un processo inverso che si può riassumere nella nota espressione della interpretazione costituzionalmente orientata della legge da parte del giudice ordinario.
Non si è pervenuti per tale strada, né si potrebbe, ad un controllo di costituzionalità diffuso (per il limite costituito dalla diversa previsione costituzionale) ed il giudice ordinario non espunge le norme dall’ordinamento giuridico come fa la Corte.
Tuttavia, con l’avallo della stessa Corte Costituzionale, tale forma di controllo contribuisce ad arricchire l’opera di adeguamento delle norme ordinarie a quelle costituzionali (e più prosaicamente, a sgravare la Corte da una parte dell’ingente lavoro che la onera).
Detto ciò, resta da ricordare che uno dei riferimenti elaborati dalla Corte (e che il giudice per quanto detto è correlativamente autorizzato ad adoperare) per il vaglio di costituzionalità, è quello della ragionevolezza della norma sottoposta a scrutinio.
Nel caso in esame, l’interpretazione letterale che è stata supra esposta presta visibilmente il fianco ad una fondata censura di incostituzionalità sotto entrambi i profili che sono stati elaborati, per questo vizio, dalla Corte Costituzionale.
Che in un primo tempo aveva correlato la ragionevolezza all’art. 3 della Costituzione, con la conseguente necessità, per accertare l’irragionevolezza della norma, che fosse individuato il c.d. tertium comparationis (che in questo caso esiste ed è evidente, consistendo precisamente nel caso in cui le parti abbiano svolto effettivamente la mediazione consentendo al mediatore di svolgere la sua attività, che non è ovviamente solo quella informativa, bensì quella ricordata con la nota n.2). L’interpretazione che si ripudia pone sullo stesso piano e prevede le medesime conseguenze (avveramento della condizione di procedibilità, mancanza di sanzioni per la parte renitente) ad entrambe le (pur diverse e opposte) situazioni.
Successivamente ed allo stato, il parametro della ragionevolezza viene dalla Corte Costituzionale non più rapportato all’art. 3 della Costituzione, quanto individuato nella sostanziale disparità di trattamento tra fattispecie omogenee, allorché la norma presenti una intrinseca incoerenza, contraddittorietà od illogicità rispetto alla complessiva finalità perseguita dal legislatore.
Anche in base a tale parametro l’interpretazione letterale non supera lo scrutinio di costituzionalità, essendo di tutta evidenza che solo in presenza di ragioni ostative formali/procedurali (si pensi ad esempio ad un convocato in mediazione caduto vittima di un grave incidente, per il quale è in corso la procedura per la nomina di un amministratore di sostegno; ad un convocato deceduto nelle more della presentazione all’incontro al quale si presenti uno degli eredi per dichiararlo, etc etc.) può ammettersi che sussista l’impossibilità ad iniziare la procedura di mediazione e quindi la ragionevolezza del considerare validamente concluso il procedimento di mediazione (con l’inveramento della condizione di procedibilità e l’assenza di sanzioni).
Per inciso, è notorio a chiunque abbia anche una sommaria pratica di mediazione, che dietro alla dichiarazione di impossibilità ad iniziare la mediazione ci sono pressoché sempre divergenze nel merito delle questioni che costituiscono la materia del contendere.
Dal che l’inevitabile sillogismo che una vera impossibilità ad iniziare la mediazione non esiste (quasi) mai.
Per completezza, è opportuno interrogarsi se così interpretata la norma, non si incorra nel rischio (opposto) di prefigurare una sorta di mediazione forzata che l’intervento normativo con le modifiche al testo originario del decr. lgsl.28/2010 di cui alla novella del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (artt.8 co. I° terzo periodo in poi e 2 bis dell’art. 5) intendeva scongiurare
Occorre intendersi sul significato della parola “mediazione”.
Dal punto di vista sostanziale, va da sé che le parti che partecipano all’incontro di mediazione sono del tutto libere di accordarsi o meno.
E pertanto nell’accezione di accordo, conciliazione et similia, la mediazione non è mai obbligata.
Nè dal mancato raggiungimento dell’accordo in mediazione può derivare alle parti o a taluna di esse pregiudizio di sorta, di alcun genere. Dal punto di vista procedurale, alla domanda se vi sia un obbligo a carico delle parti di partecipazione alla mediazione (intesa questa volta non come accordo, ma come procedura nel significato di cui alla nota 2) la risposta è invece senz’altro affermativa; come rivela in modo icastico tutto il sistema sanzionatorio previsto dalla legge (improcedibilità per la mancata proposizione della domanda, conseguenze negative previste dall’art. 8 della legge; possibile applicazione dell’art.96 co. III come riconosciuto dalla giurisprudenza (7).
Tale interpretazione – che ragionevolmente contempla l’eventuale situazione di inesigibilità della prosecuzione oltre il primo incontro informativo – è perfettamente in linea con la logica, il buon senso e la Costituzione. ).
Invero salvaguarda le parti dalla necessità dello svolgimento della mediazione (con i costi relativi) nei casi nei quali oggettive ragioni “pregiudiziali” non lo rendano possibile, nell’accezione supra illustrata; viceversa imponendolo, tutte le volte che la discussione possa concentrarsi sul merito e sul contenuto del conflitto, senza che possa fare da usbergo al soggetto renitente l’opinione di aver ragione e quindi di ritenere inutile dialogare con l’altra parte (per quanto all’evidenza viziata dal punto di vista logico, vera e propria aporia, è questa la più diffusa giustificazione che viene offerta da chi non intende aderire e partecipare alla mediazione (8).

-5- Le parti ( o taluna di esse) si fermano ingiustificatamente all’incontro informativo: conseguenze )
La verbalizzazione delle ragioni della impossibilità di procedere alla mediazione.
In mancanza di qualsiasi dichiarazione, che le parti possono richiedere di verbalizzare liberando in tal modo il mediatore dall’obbligo di riservatezza, sulla ragione del rifiuto di proseguire nel procedimento di mediazione, tale rifiuto va considerato non giustificato.
Invero la regola di base espressa dal decreto legislativo 28/2010 è l’obbligatorio svolgimento del procedimento di mediazione di cui agli artt. 5 commi 1 bis e 2 (come attesta inequivocabilmente il sistema sanzionatorio previsto dalla legge stessa per la mancata partecipazione, oltre che, a fortiori, per la mancata introduzione della domanda di mediazione)
Ne consegue che il rifiuto di procedere e partecipare alla mediazione costituisce la violazione della regola.
E, come per ogni violazione, in qualsiasi sistema (penale e non), è la parte che invoca una giustificazione scriminante a doverla quanto meno allegare
Le conseguenze di tale rifiuto – ingiustificato- di procedere e di partecipare alla mediazione sono, se espresso dall’istante/attore, sovrapponibili alla mancanza tout court della (introduzione della domanda di) mediazione.
Sarebbe infatti un’aporia ritenere soddisfatto il precetto della legge in materia di mediazione obbligatoria e demandata, ritenendo che sia sufficiente al fine di integrare la condizione di procedibilità la semplice formale introduzione della domanda.
Il legislatore persegue l’obiettivo dell’accordo e della pacificazione e una domanda di mediazione che rimanga monca, senza alcun seguito, non serve a tale scopo.
Con quanto ne consegue (improcedibilità della domanda ai sensi dell’art. 5 co. II° decr.lgsl.28/10 9
Non può infatti essere oggetto di dubbio – giova ribadire quanto supra ampiamente dimostrato – che il mero incontro informativo (che, per come configurato dalla legge, nulla ha a che vedere con lo specifico merito della controversia insorta fra le parti), non può, specialmente nella mediazione demandata, neppure con i più acrobatici sforzi dialettici, essere parificato allo svolgimento dell’esperimento della mediazione per la parte istante, attore nella causa)

La quale, come ricordato, consiste nell’attività, comunque denominata, svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, anche con formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa (art. 1 del decr.lgs.28/10).
La situazione nella quale l’istante intenda procedere oltre l’incontro informativo e sia la parte convocata (il convenuto nella causa), a dichiarare l’impossibilità di proseguire oltre il primo incontro, sempre che sussista la correlativa verbalizzazione, comporterà non l’improcedibilità della causa, bensì, ove il diniego non risulti, secondo una valutazione ancorata ai parametri supra delineati, giustificato, la possibile applicazione a carico del convocato/convenuto delle più volte supra ricordate sanzioni.
In considerazione delle ragioni della decisione ed in particolare del momento del consolidamento della giurisprudenza sul punto centrale della decisione, è giusto compensare interamente le spese di causa fra le parti.

P.Q.M.

definitivamente pronunziando, ogni contraria domanda eccezione e deduzione respinta, così provvede:

- DA’ATTO del mancato svolgimento della mediazione demandata dal giudice;
– DICHIARA improcedibile la domanda di L.P.;
– COMPENSA interamente le spese di causa.

Roma lì 26.5.2016 Il Giudice
dott.Massimo Moriconi

Nuova proposta della mediazione obbligatoria come condizione di procedibilità

Con la presente proposta emendativa si intende mettere a regime la disciplina dell’obbligatorietà  dell’esperimento del  tentativo  di  mediazione,  per  la quale  il decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito con la legge 9 agosto 2013, n. 98, aveva previsto, nel ripristinare la suddetta obb1igatorietà dopo la pronuncia della Corte costituzionale n. 272/2012 di incostituzionalità dell’articolo 5 del decreto legislativo n. 28/2010 per eccesso di delega, una efficacia di quattro anni, dalla data di entrata in vigore della suddetta  legge di  conversione, della suddetta disciplina di obbligatorietà. Pertanto, si propone dì eliminare la norma che disponeva la durata del regime di obbligatorietà fino al 20 settembre 2017. Conseguentemente, viene soppressa la disposizione che prevede che il Ministero della giustizia provvede, al termine di due anni (dalla entrata in vigore della norma di cui al decreto-legge n. 69/2013 che aveva reintrodotto l’obbligatorietà del tentativo di mediazione) al monitoraggio degli esiti della sperimentazione. Si precisa che, comunque, il monitoraggio statistico generale dei procedimenti di mediazione continua a essere  compiuto  dall’Amministrazion in  forza della  previsione di cui all’articolo 11 del decreto del Ministro della Giustizia  18 ottobre  2010, n.180 come integrato dal DM 6 luglio 2011, n. 145.

Opposizione a decreto ingiuntivo e mediazione

Come noto, il D.Lgs. 28/2010 aveva introdotto l’obbligo, incombente in capo a chi intendeva esercitare in giudizio un’azione relativa ad una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con  il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, di esperire, preliminarmente, il procedimento di mediazione (art.  5,  co.  1,  D.Lgs.  28/2010).

L’esperimento del tentativo era previsto a pena di improcedibilità della domanda giudiziale, da eccepire, a pena di decadenza, dal convenuto, ovvero rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza di trattazione.

La mediazione interrompe il termine per l’impugnazione delle delibere assembleari

Instaurato tempestivamente il procedimento di mediazione, il termine decadenziale di trenta giorni di cui all’art. 1137 c.c. si interrompe, salvo riprendere nuovamente a decorrere, ai sensi dell’art. 5, comma sesto, del decreto legislativo n. 28 del 2010, a far data dal deposito del verbale presso la segreteria dell’organismo di mediazione-

Tribunale di Milano, sentenza 2 dicembre 2016